Felicemente stufa

La famiglia è un’oasi in un mondo spietato. Ed è stato un brutto incidente stradale a ricordarmelo seguito dal miracolo dei miracoli: la comparsa al mondo di mia nipote.

Se da una parte l’incidente mi ha dichiarato un esplicito stop, dall’ altra parte – Rebecca – mi ha insegnato (e mi sta insegnando tutt’ora) a vivere nel presente evitando bizzarre proiezioni nel futuro. Così, a seguito dalla mia seconda (e forse terza) crisi esistenziale (credo che il ciclo di rigenerazione personale avvenga circa ogni 10 anni) ho deciso di stoppare e fermarmi.

Mi ha afflitto una fortissima confusione.

Una enorme nuvola nera ha offuscato tutti i miei punti forti (almeno così credevo) rimescolando e rimettendo tutto nuovamente in discussione: la mia determinazione, la mia ambizione personale, la mia chiarezza d’intenti, le mie capacità.

“Eppure non mi manca nulla”, mi ritrovavo (e talvolta mi ritrovo) a pensare costantemente: ho una casa, ora nuovamente un auto, cibo che posso scegliere di mangiare, istruzione per interagire e comunicare col mondo, intelligenza che mi aiuta a pensare e decidere in modo individuale.

Ma di una cosa ancora non ero ancora consapevolmente in possesso: AMORE.

Maniacale della perfezione, quale sono sempre stata fin da bambina, ho creato un cratere intorno a me. Pensavo di aver fatto tanto lavoro, in realtà non si finisce mai. E’ un sano allenamento quotidiano.  Annientare quel maledetto pensiero: essere amata soltanto se perfetta. E difendermi.

D’altronde:
quando si è sempre impeccabili, chi può sminuire chi…?

Se potessi rappresentare questa pausa con un disegno sarebbe sfondo rosso e il mio sbarco su Marte ovvero: panico e  disorientamento.

L’amore, a partire da sé, è il collante che fa da ponte tra la nostra individualità e il mondo fuori.

E’ inutile crescere ed evolvere individualmente se, poi, non condividi e non rendi gli altri partecipi di quanta bellezza vivi e hai costruito intorno a te. Viviamo in un mondo pieno di etichette, quando a me le etichette non piacciono: bisogna per forza identificarsi in un ruolo per essere socialmente attivi e apprezzati?

Scusate se non ho le idee chiare. La parola “lavoro” intesa come qualcosa che debba per forza fare non mi è mai piaciuta; secondo me, nel vocabolario, dovrebbe  essere sostiuita dalla parola “entusiasmo”.

Da Treccani:
 “1. Presso i Greci, la condizione di chi era invaso da una forza o furore divino, cioè della pitonessa, dell’indovino, del sacerdote, nonché del poeta, che si pensava ispirato da un dio.
2. Nell’uso com., sentimento intenso di gioia, di ammirazione, di desiderio per qualche cosa o per qualcuno, oppure totale dedizione a una causa, a un ideale, ecc”

E’ come cogliere magia nel basilisco appena tagliato col suo profumo inconfondibile,  sentire la sinuosità delle ceramiche scelte con cura, perdersi nella bellezza di fiori freschi. Perché una casa non è una questione di mattoni, ma di amore. Anche uno scantinato può essere un luogo meraviglioso.  Tutto si riduce a permettersi di sentire, anziché “riempire”.

La sveglia, il tram, le quattro ore di ufficio, la colazione, il tram, le quattro ore di lavoro, la cena, il sonno… questo cammino viene seguito senza difficoltà la maggior parte del tempo. “Soltanto un giorno sorge il ‘perché’ e tutto comincia in una stanchezza colorata di stupore.”

With Love

 

 

PH  Roberto Bonino

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